Il territorio  

      Archeologia a Capaci 

vaso.jpg (13735 bytes)        L'interessante e copioso materiale archeologico, restituito dalle grotte e dalle necropoli, testimoniano la presenza dell' uomo in tutto il territorio collinare circostante l'abitato sin dalle prime esperienze dei cacciatori abitanti quei siti impervi, a partire dal paleolitico superiore.

       L'attenta lettura di tali reperti ha consentito agli studiosi di classificare lo "stile di Capaci" come più intimamente legato, nell' ambito dell' occidente siciliano, alle esperienze culturali della parte orientale dell'isola.   

       Il loro studio ha permesso, soprattutto, di stabilire in maniera certa e definitiva come l'indigeno primitivo abbia lungamente dimorato nell'area compresa tra Raffo Rosso e monte Colombrina, località che ben si prestava a condizioni ideali di sviluppo per la ricchezza di caverne e ripari adatti a rifugio, per gli abbondanti corsi di acqua dolce, per la fitta vegetazione popolata da una grande varietà di selvaggina e per l'esistenza di una fertile pianura, dove, sul finire dell'età neolitica ed agli inizi dell'età del bronzo, cominciò a costruire capanne ed aggregarsi in villaggi e dove sicuramente visse per qualche migliaio di anni, come sembra attestare l'uso prolungato delle necropoli.

      Sulle pareti di numerose cavità linee e graffiti testimoniano la presenza dell'uomo già nell'età del rame. A parte il complesso di grotte di Pizzo Muletta, la zona più ricca di testimonianze archeologiche di tutto il territorio, altri anfratti situati in località vicine meritano di essere annoverati perchè recano i segni  certi della sua permanenza: le grotte "della Paglia", "dei Cocci" e di "Giampaolo" (o "Mastricchia"). Quest'ultima, scoperta intorno al 1960, sulla parete sinistra mostra un esiguo gruppo di incisioni dal tratto sottile e di varia lunghezza.

      Anche sulle pareti della prima nicchia della grotta "Za Minica", la più nota per la scoperta di numerose tracce di frequentazione preistoriche, sono state osservate delle linee di vario spessore riproducenti due figure di maschi: un guerriero dalle sembianze primitive con una lancia nella mano destra e un uomo seduto in atto di condiscendenza. In essa, inoltre, sono stati rinvenuti numerosi resti ittici assieme a frammenti ossei di pachiderma e di altri animali adatti al clima caldo, risalenti al paleolitico superiore.

      Nell'Era Quaternaria, agli albori della preistoria, tutta la zona montuosa che si sviluppa a fronte della fascia costiera era sommersa dalle acque del mare come stanno a testimoniare le numerose conchiglie ed altri fossili marini rinvenuti attaccati alle pareti delle grotte; scogliere primordiali che con il trascorrere dei millenni e l'innalzamento delle terre emerse si sono ridotte alla conformazione attuale. Lunghi periodi di fluttuazioni e di stazionamenti del livello del mare seguiti da secolari processi di natura erosiva e sedimentaria hanno determinato l'accumulo graduale di depositi sul bordo della linea di costa dando origine a piani e vallate. Favorito da un clima subtropicale, il territorio si è quindi arricchito di una folta e lussureggiante vegetazione divenendo un'area privilegiata di caccia per la presenza di abbondante selvaggina che nel fiume Ciachea trovava una ideale fonte di sussistenza. 

      Già prima della comparsa dell'uomo la zona aveva offerto un habitat naturale anche ad animali preistorici quali l'Elefante (Elephas Antiquus e Mnaidrensis, nonchè Elephas Falconeri o elefante nano), l'ippopotamo, il cervo, la iena e diverse  altre specie i cui resti sono stati trovati numerosi nelle grotte della zona. 

      In data recente ha suscitato notevole interesse la notizia secondo la quale due studiosi, i chimici Giorgio Belluomini dell'Istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali del CNR di Roma e Jeffrey L. Bada dello Scripps Institution of Oceanography dell'Università di San Diego, con il metodo della ricerca scientifica della racemizzazione degli aminoacidi (analisi condotta sui denti e sulle ossa) hanno stabilito per la prima volta che i resti degli elefanti di taglia nana (Falconeri), alti circa 90 centimetri al garrese, rinvenuti nel secolo scorso nella Provincia di Palermo risalgono al periodo del Pleistocene medio, vale a dire a mezzo milione di anni fa, mentre la specie intermedia (Mnaidrensis) ad appena duecentomila prima. I paleontologi avevano già accertato che la specie progenitrice di taglia normale (Elephas Antiquus) è di origine continentale essendo arrivata in Sicilia quando il basso livello del mare ne consentiva facilmente il passaggio dalla Calabria; salvo, poi, a trovarsi isolata a causa della successiva risalita delle acque, dando quindi origine a forme nane di adattamento al nuovo habitat. Sappiamo ora che si è ripetuta più di una invasione di elefanti in Sicilia, determinando così più stadi di nanismo.      

      E' certo comunque che le grotte ed i ripari naturali di cui la zona è ricca si prestarono in modo particolare all'insediamento umano di tipo cavernicolo nell'Età Paleolitica o della Pietra Antica. 

      Nell'oscurità delle caverne, accanto ad un fuoco che alimentava continuamente per scaldarsi e tenere lontano numerose insidie, l'uomo primitivo affinò i propri sensi e con pietre di silice scheggiate si diede a foggiare rudimentali ma micidiali armi da caccia con le quali procurarsi le risorse necessarie per il sostentamento e, con la stessa materia, si ingegnò a costruire grossolani ma efficaci strumenti di difesa del proprio territorio; un istinto, questo, che nella scala del suo DNA evolutivo ha conservato sempre innato al pari di tutti gli altri esseri che popolano la terra. Se mai hai avuto occasione di visitare una di quelle grotte, nella loro fredda oscurità avrai avvertito a fior di pelle una indescrivibile sensazione di serenità e di pace e per un attimo avrai colto lo scorrere dei millenni, il fluire della vita, la presenza di tanta umanità e nell'aria avrai certamente sentito aleggiare quasi in modo palpabile una pura energia primordiale che ti ha fatto rivivere la storia delle passate generazioni. 

     I primi insediamenti umani sono testimoniati dalla scoperta di due necropoli: la prima in Contrada Ciachea (Carini), in un'area archeologica molto vicina a Capaci, l'altra a Capaci in contrada Fondo Pozzo. Questa è posta in una zona pianeggiante fra il centro abitato e il mare ed è stata interessata in passato da occasionali scoperte di piccole tombe che hanno destato grande interesse soprattutto per la forma dei loculi che dimostrano un modo particolare di procedere alle sepolture. Si è notato, infatti, che la roccia nella quale le tombe sono scavate è segnata da canali e pozzetti che potrebbero far pensare alla pratica di sacrifici funerari. I reperti provenienti da tali rinvenimenti, custoditi al Museo Archeologico di Palermo, consistono principalmente in ceramiche brune decorate con semplici fasce di linee bianche. L'ubicazione della necropoli di Contrada Ciachea, risalente all'età del bronzo, era, invece, già nota da tempo ed il materiale archeologico rinvenuto abbastanza consistente. Ricerche più recenti (1969), promosse dalla Soprintendenza alle Antichità di Palermo e condotte da Flaminia Quojani dell'Istituto di Paleontologia dell'Università di Roma, hanno interessato un'area di 250 mq. ed hanno portato alla scoperta di altre 16 tombe, di cui 2 a doppia cella. Delle tombe esplorate 5 sono risultate ancora integre col vano d'entrata chiuso da un lastrone che si era cementato alle pareti del pozzetto, sigillandone il contenuto. Deposti nel terriccio biancastro e polveroso della cella, vennero scoperti i resti scheletrici di molti individui, insieme a moltissimi elementi di corredo: complessivamente 23 vasi fittili (ollette, boccali, ciotole ed anforette), realizzati in ceramica bruna decorata con semplici fasce di linee bianche e del tutto simili a quelli scoperti occasionalmente nelle tombe di Fondo Pozzo. Sono stati trovati, inoltre, elementi di una collana fatta con zanne di cinghiale e numerose lame di selce. Particolare interesse ha destato la sepoltura di un fanciullo dall'apparente età di dieci anni, deposto in una cella strutturalmente diversa dalle altre, a testimoniare probabilmente una posizione di preminenza nell'ambito familiare e sociale. Parte dei reperti di questa necropoli insieme a moltissimo materiale di interesse scientifico, comprese talune incisioni parietali, si trovano esposti al Museo Archeologico di Palermo o conservati nei suoi depositi in attesa di studio e catalogazione. 

      La letteratura archeologica riporta inoltre il rinvenimento, non meglio precisato, ma in un'area compresa tra Capaci e Carini, di ceramiche dello stile della "Moarda" e di "Serraferlicchio" risalenti all'età classico-ellenistica.

      Nella ricerca dell'identità storica della città, la scoperta delle necropoli costituisce senza dubbio una importante finestra aperta sul passato; dal loro studio potrebbero scaturire ulteriori informazioni sulle genti che, qui vivendo, hanno lasciato indelebili i tratti della propria originale civiltà.