Tra leggenda e storia

     La Contea

       Deceduto senza prole Francesco Beccadelli Bologna, le signorie passarono in eredità alla sorella Giulia la quale, però, date le gravi difficoltà economiche in cui versava la famiglia, il 15 giugno 1617, su disposizione della Regia Curia, fu costretta a porre in vendita le baronie di Capaci assieme al Marchesato di Marineo mediante cessione al migliore offerente. Fu così che con atto del 20 ottobre 1618 Vincenzo Pilo e Calvello, Marchese di Brocato e marito della stessa Giulia Bologna, subentrò, per diritto di prelazione, nel possesso dei due feudi.

       In data 31 luglio 1619 Vincenzo Pilo veniva investito della Baronìa di Capaci e del Marchesato di Marineo con atto rogato "apud urbem felicem Panormi" mentre qualche anno più tardi, il 22 ottobre 1625, Capaci veniva elevata a rango di Contea. A quasi un anno di distanza, infine, il 16 ottobre 1626, il barone acquisiva il titolo di Conte di Capaci (il primo).

       Il nuovo signore discendeva dal nobile lignaggio dei conti di Barcellona, nella Spagna, le cui origini vengono fatte risalire intorno all'anno 1100 e di cui fu capostipite Goffredo II o Zenofre Pelos o Pilo, quarto gran conte di Barcellona.   

      Della famiglia Pilo, che fin dal 1560 aveva preferito trasferire la propria residenza da Genova a Palermo, il più lungimirante fu senza dubbio Girolamo, succeduto al fratello germano Lorenzo II, rimasto senza prole. Egli, oltre ad ereditare nel 1633 le Signorie di Capaci e di Marineo, fu Principe di Roccapalumba, Vicario Generale per l'Estirpazione dei banditi, Capitano Giustiziere di Palermo e Ministro Superiore della Nobile Compagnia di Carità, per privilegio del re Filippo V, e seppe mantenere per ben 55 anni il possesso di tutte le Signorie, compreso il feudo di Torretta acquisito nel corso di quegli anni. Ad un suo omonimo discendente, Girolamo Pilo e Denti, nato a Palermo il 24 luglio 1846, risale la ben nota cartella del censo, un tributo annuo che i capacioti continuarono a pagare anche dopo l'ultimo conflitto mondiale, ed il riscatto del canone enfiteutico nelle vendite dei fondi rustici.

       Con l'avvento della Contea si chiudeva il lungo e travagliato ciclo storico relativo alla fondazione della città e si creavano di fatto i presupposti per un suo sviluppo autonomo proprio mentre i primi fermenti liberali cominciavano a scuotere le corti d'Europa.

       Il passaggio dalla Baronia alla Contea diede un notevole impulso all'agricoltura ma segnò anche l'inizio di un lento declino del potere feudale per l'incapacità della classe politica aristocratica dirigente di comprendere i segni dei nuovi tempi e per l'ostinata difesa di privilegi non più perseguibili.

       La rivolta popolare scoppiata a Palermo nel settembre del 1773, che si inserisce nella lotta per le riforme costituzionali, contribuì all'abolizione del feudalesimo con la cessazione dell'obbligo della non alienabilità dei feudi i quali venivano sempre tramandati da padre in figlio, ed anzi accresciuti per ragioni dotali o spartizioni ereditarie, e con l'abolizione poco più tardi (1819) del 'maggiorasco', il privilegio ereditario del figlio primogenito, l'ultimo puntello che aveva favorito il mantenimento dei vacillanti patrimoni nobiliari.

      In questo clima di profonda inquietitudine, di esasperazioni e di sospetti nessun dialogo era più possibile tra la classe al potere (nobiltà), incapace per sua natura di avviare una politica di profonde e coraggiose innovazioni, e il nuovo ordine emergente (borghesìa), che aspirava ad una radicale riforma e trasformazione della società in posizione politica dominante; insofferenze che ogni giorno nel Capoluogo alimentavano odi e disordini coinvolgendo aree sempre più vaste. E' appunto in quest'ottica che vanno inquadrate le agitazioni che, iniziate a Palermo il 14 luglio 1820, si sono estese, nella giornata del 20, anche a Capaci fino ad infiammare gli animi dei suoi cittadini ed a spingere un gruppo di esagitati, provenienti da fuori, ad assaltare il Castello e a darlo alle fiamme costringendo la famiglia del Conte Pilo ad abbandonarlo precipitosamente ed a rifugiarsi quella stessa notte nella propria palazzina di Isola delle Femmine fatta costruire qualche anno prima. Si sa che questo episodio lasciò molto scosso il Conte il quale riteneva di avere amministrato senza eccessi e di meritare piuttosto stima e fiducia. Se da un lato ciò poteva sembrare vero, nel contesto dell'avvilente situazione di allora, dall'altro occorre tener presente che i tempi erano mutati e che la gente cominciava a prendere coscienza della propria condizione e dei propri bisogni, a scrollarsi di dosso l'assuefazione al giogo feudale con i suoi lunghi secoli di miseria, ingiustizie e vessazioni ed a cominciare a rendersi finalmente partecipe di una nuova realtà fondata sugli inalienabili diritti di libertà, uguaglianza e fraternità, diffusi dalla rivoluzione francese del 1789, che fanno parte del codice genetico di ogni uomo e che costituiscono il patrimonio fondamentale sul quale si costruiscono e si evolvono le civiltà dei popoli nel rispetto delle dignità individuali.         

     Anche Casa Pilo, perciò,  non si sottrasse a questo generale destino di dissolvimento e, di pari passo alla caduta dei feudi, iniziava la frantumazione e la vendita delle sue estese proprietà immobiliari che andavano a profitto dei nascenti Comuni e di una nuova classe dirigente, pronta a succederle.