Un'oasi nel blu
Sulla Torre
Prima di proseguire riteniamo opportuno effettuare una breve sosta ai piedi di quella torre che come un faro spazia per terra e per mare per quanto lo sguardo possa distendersi e che in un passato non proprio lontano costituiva un baluardo posto a difesa non solo dei suoi abituali ospiti ma anche degli abitanti dell'intera costa.
Saliamo. Ed assieme a Pino Fortini, che più di ogni altro ha vissuto da vicino la realtà quotidiana del piccolo centro marinaro, contempliamo con lo stesso accorato e affettuoso attaccamento quei luoghi un tempo pieni di vita ed oggi risonanti di eroiche virtù e di struggenti amori crudelmente infranti. Si direbbe che i ruderi di quella torre siano rimasti a testimoniare vicende e memorie ormai confuse tra leggenda e storia.
"Voglio andare più sù: la vetta, per un dolce pendio, è subito raggiunta, ma «ver la parte di tramontana» la scogliera invece cade a picco «con due cale davanti che le galeotte si possono comodamente occultare non solo per la gran concavità che vi si vede ma per essere le rupi tanto erte che ci si possono occultare sei galere, che dalla parte di terra, in nessun modo possono essere discoperte». Via, sei galere è un po' troppo! ed il Camiliano esagera alquanto pur dicendo, in complesso, cosa ancor oggi esatta. Scriveva egli sulle condizioni vigenti circa il 1584 e riteneva necessaria la costruzione, nella vetta, di una torre «perché ella avrà corrispondenza da lungi per ogni parte del lido, quanto l'occhio e il terreno per quella fronte si possa attendere». E vi fu eretto difatti il fortalitium, alcuni anni dopo (lo trovo fra l'altro segnato in una carta del principio del 1700 conservata alla Nazionale); una ancor solida torre quadrata che sopporta, non senza alterigia, una corona di merli semi diroccati. Non si diè corso a tale riguardo, prendendo anche partito del nome dell'isola, ad una stramba storiella? Favoleggiarono difatti, i naturali del luogo, di non so che femmine di mal costume chiuse dentro la torre, in epoca imprecisata, ed ivi lasciate a morire di fame. Vi si accede oggi per una scaletta esterna dai rozzi e logori gradini: costruzione assai recente; opera non già dei caprai che ottennero di farvi pascolare le loro bestie, or sono degli anni, ma di coloro che vollero, ed indarno, tentarvi l'allevamento dei conigli. Un tempo però, e molti nel paese tuttora lo ricordano, l'unica via di accesso era costituita - come è logico - da una scala a piuoli. Non appena varcata la soglia, esiste internamente una cisterna per la raccolta dell'acqua piovana che vi scorreva per un apposito doccione; ci sono anche un forno e delle piccole stanze serrate fra i muri spessi spaccati dalle feritoie. Chè la torre doveva costituire l'asilo completo in cui un assai esiguo numero di guardie, asserragliato contro l'offesa nemica, potesse, per alcuni giorni, rimanere in attesa di soccorsi.
Per una stretta
scala, salgo al terrazzo lastricato di bàsoli. Ma intorno che quiete! Quanta
aria, e quanta luce! Il vento è rinfrescato ancora e debbo, poco dopo,
nell'imbarcarmi di nuovo, dedicarmi ad acrobazie sugli scogli perché la barca
esce dalla calanca e si mette a ridosso dell'isola; l'acqua marina «savonne -
perché non adottare la rozza immagine di Pietro Hamp? - de sa perpetuelle
mousse blanche», la scogliera grigia e nera ed il fiduo litorale sabbioso che la
continua correndo sino alla spiaggia di Carini, dove sorgeva l'antica Iccara,
piccolo borgo di pescatori estesosi in città, che gli Ateniesi misero a sacco
nel 415. Di fronte, a perdita di vista, ho la distesa immensa del mare; sotto di
me un brigantino corre in poppa verso Palermo e la sua gonfia gabbia, ebbra di
libertà, tenta sfuggire alla salda e disperata stretta delle scotte che l'hanno
avvinghiata ed intendono comunque trattenerla al pennone. Al di là del
passaggio, fra l'isolotto ed il continente, aperto a guisa di ventaglio si
protende un promontorio brullo di cui vedo delinearsi, a mano a mano che mi vado
accostando, i più minuti particolari! Eccone la lingua estrema coperta di
ciottoli rotondi che le onde accumulano tonando contro il lido e che la risacca
in parte ritoglie con un ringhioso brontolio. Fu ucciso lì, o nell'isoletta,
quell'avventuriero che voleva farsi passare per uno dei re di Portogallo e di
cui mi parlavano i miei vecchi? Ecco, eretta sopra un immenso masso di basalto,
la rossastra torre di vedetta, cilindrica, che, facendo parte del sistema
difensivo siciliano era in corrispondenza, verso sud, con quella di Carini,
colle altre della punta dell'Orsa, di Molinazzo, del Guastato; colle torri di
Capo Rama, della Balata e così via. Sulla sommità di essa, dove il torraro
alimentava il notturno fuoco di vigilanza; dove vive tuttora un tenace fico che
nella mia adolescenza dava ancor sapide frutta (rischiosa meta della scolaresca
del paese), era un tempo piazzata una colubrina un cui colpo tirato dal
guardiano per vincere una scommessa impegnata con uno dei feudatari di Isola,
che lo irrideva nella sua abilità di puntatore, avrebbe dato inizio alla
distruzione del loro palazzotto nobiliare, sito nel territorio di Capaci.
L'arma, da tempo, più non esiste; ma essa più volte dovette tuonare contro i
barbareschi; l'immenso timore delle cui incursioni aduggiò, per parecchi
secoli, la Sicilia tutta e specialmente alla fine del secolo decimottavo quando,
ormai distrutta la marina sicula, la stessa Palermo rimaneva così indifesa che
un ladrone inglese, addì 13 luglio 1797, poteva entrare nel porto e rimanervi,
indisturbato, a predare quanti più legni potesse!"