Tra leggenda e storia

    Dall'autonomia di Ieri alla realtà di Oggi

       Il I° gennaio 1855 il borgo marinaro entra finalmente a far parte della storia come Comune autonomo secondo quanto scrive in data 23 giugno 1854 il Conte di Capaci, Ignazio Pilo Gioeni, il quale, in quel tempo, forte della carica di Segretario Generale dell'Intendenza della Valle di Palermo, aveva perorato ed appoggiato con simpatia la rivendicazione degli isolani:

"... Eccellenza, uniformemente all'avviso della consulta da VE. convertito con rapporto n.3558, S.M. nel Consiglio di Stato del 19 del vigente mese, si è degnato di concordare che dal I° gennaio 1855 la borgata di Isola delle Femmine separandosi dal Comune di Capaci sia elevata a Comune con amministrazione autonoma e separata, restando diviso il territorio e le rendite secondo la pianta topografica e il progetto dello Stato discusso e rassegnati dall'Intendente".

       Contestualmente la lettera raccomandava allo stesso Intendente di impartire le istruzioni necessarie per le operazioni di riscatto, la demarcazione dei confini e l'istituzione del Decurionato (Consiglio Comunale) al fine di provvedere in modo adeguato alle più immediate necessità del nuovo Ente.

       Ne divenne primo Sindaco Vincenzo Di Maggio, figlio di Erasmo, che rimase in carica per 27 anni (dal 1859 al 1886) a cavallo di due periodi storici molto importanti: sotto il Regno dei Borboni, prima, e sotto il Regno d'Italia, dopo.

       A quel tempo Isola contava già circa mille abitanti e Capaci oltre 3500.

       Al nuovo Comune venne assegnata la terza parte del territorio di Capaci (circa 35 Kmq).

       A partire da allora i suoi abitanti furono chiamati "isolani" ed il paese stesso venne a perdere l'antica denominazione di "Tonnara" o, come pure si diceva, "Capaci jusu" (Capaci sotto) per diventare soltanto e definitivamente "Isola delle Femmine".   

       Poco tempo dopo il nuovo Ente pretese che anche la locale Cappella venisse separata dalla Chiesa Madre di Capaci dalla quale gerarchicamente dipendeva e ne avanzò richiesta.

       Il parere nettamente favorevole espresso al riguardo dall'Arcivescovo di Monreale Mons. D'Acquisto e la successiva concessione, conferita sub iudice del competente Ministero della Giustizia con bolla del 15 novembre 1863 dello stesso prelato, gettarono nello sgomento l'arciprete di Capaci, Don Vincenzo Bologna, uomo pio e stimato sacerdote, il quale si oppose alla pretesa autonomia e si rivolse al Tribunale della Regia Monarchia et Legatio Apostolica. Ma a nulla valsero le sue accorate rimostranze: anche questo Collegio si pronunciò per la separazione.

       Don Vincenzo, angosciato al pensiero di doversi separare da alcune famiglie a cui era legato da vincoli di parentela e da affettuosa e sincera amicizia, non si rassegnò e con caparbietà e vigore ricorse ancora. Ma quando in ultima istanza il 14 agosto 1866 le competenti autorità confermarono la inappellabilità della sentenza pronunciandosi definitivamente a favore dell'autonomia dovette cedere e rassegnarsi senza speranza. Tuttavia la decisione non ebbe immediata applicazione poiché nel frattempo gli eventi del 1866 coinvolgevano l'Italia e l'Austria nella terza guerra d'indipendenza e soprattutto perché violenti tumulti erano scoppiati a Palermo contro il nuovo Stato Sabaudo.

       Ne divenne primo parroco Don Giusto Macaluso (1795-1872), artefice instancabile della sua autonomia, la quale, però, potè attuarsi pienamente soltanto nel mese di settembre del 1918, dopo lunghe peripezie burocratiche, richieste, sentenze e ricorsi. 

       Si può dire, dunque, che la sua indipendenza giurisdizionale la parrocchia l'abbia acquisita compiutamente nel corso di oltre mezzo secolo per concessioni graduali:

- la prima, ottenuta il 27 novembre 1856 con atto del Vicario Capitolare Mons. Tarallo, si riferisce alla celebrazione dei matrimoni ed alla somministrazione del precetto pasquale;

- la seconda, conseguita nel 1894 per atto dell'Arcivescovo di Monreale Mons. Brunaccini, riguarda l'impianto del Fonte Battesimale;

- l'ultima, accordata con ulteriore bolla arcivescovile in data 8 settembre 1918, attiene la concessione della piena autonomia, suggerita ormai sia dal forte incremento della popolazione che dal problema della distanza tra Isola e Capaci ritenuta eccessiva e non più rispondente alle esigenze dei fedeli ed agli interessi del nuovo Ente.

       In realtà solo due anni più tardi l'istruttoria venne riconosciuta legittima e completa nei titoli richiesti dal Governo di allora: assenso arcivescovile e provvedimento di assegnazione da parte del Comune di un permanente ed irrevocabile contributo.

       Con l'avvento dell'autonomia e la soluzione dei problemi di primario interesse sociale si chiude il ciclo storico della fondazione di Isola delle Femmine per dar seguito finalmente a quello che sarà un lento ma sicuro sviluppo della Città sotto ogni aspetto ed unitamente ad un progressivo e costante incremento della popolazione con grandi e temporanei flessioni durante i periodi di maggiore flusso migratorio. Nonostante una certa sicurezza economica raggiunta, infatti, si avvertì la necessità di una casa e, perciò, la ricerca di una buona prospettiva per realizzare subito quel sogno. L’opportunità si presentò sul finire degli anni 1850 con l’esodo migratorio dapprima verso l’Isola di Lampedusa, dove il governo borbonico concedeva “terra franca e denaro” ai pescatori disposti ad abitarla, seguita, nel corso della seconda metà dello stesso secolo, da un’altra migrazione verso alcuni paesi della costa mediterranea (San Vito Lo Capo, Baracche di Trapani, Favignana, Mazara del Vallo, Sciacca).

       Fenomeni di emigrazione temporanea si ebbero pure tra il 1870 ed il 1875 verso la Tunisia per la pesca delle sardine aurate e l’alaccia nelle acque del Mhedia e successivamente verso l’Algeria per la pesca e la salatura del pesce a Calle. E’ proprio in questi luoghi ed in questo periodo che la barca “capaciota” divenne protagonista incontrastata e ammirata per la snellezza delle sue forme e la sicurezza delle sue manovre nel superare gli ostacoli più imprevedibili e rischiosi.

       Ma la prima vera ondata migratoria si ebbe tra il 1911 ed il 1913. Intere famiglie, attratte dalle promesse del nuovo mondo e dall'arricchimento facile, lasciarono il luogo di origine per trasferirsi in America, nello stato della California, la terra dell’oro e della libertà, lasciando quasi deserto il paese. Non era più la migrazione temporanea individuale: era la famiglia che si trapiantava altrove per non più tornare; era l'esodo di un popolo che l'intensificato sfruttamento e spopolamento dei fondi pescosi, attribuiti al sempre più sfrenato uso della dinamite, spinse a creare in una realtà lontana e diversa un nuovo Borgo: Black Diamond, oggi Pittsburg, sul fiume Sacramento, presso San Francisco. 

       Tra il 1922 ed il 1930 seguirono altre ondate di minore entità verso la California e l’Alaska nel cui infinito silenzio bianco attesero alla pesca del salmone.

       Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale il miraggio dell’America ha continuato a fare i suoi proseliti ma in forma assai minore.

       Oggi il grande sogno isolano può considerarsi compiuto anche se la sua realizzazione risulta costellata da inenarrabili sacrifici e coraggiose rinunce. Ma, si sa, quanto più grandi sono gli oneri tanto maggiori gli onori: dalle contese per il possesso di una tonnara alla costruzione di una piccola borgata di pescatori, dalla lotta per l'autonomia fino alla sua trasformazione nella ridente cittadina odierna.

       Nel passaggio dal vecchio al nuovo l'ex piccola borgata marinara di strada ne ha fatta davvero tanta e, con fiero orgoglio, può dirsi, dunque, artefice del proprio destino e partecipe a pieno titolo della nuova realtà.

        Il resto è storia dei nostri giorni.