Tra leggenda e storia
Un sogno lungo sette secoli
Appare più consono, invece, proseguire con la narrazione dei fatti che già fin dal XII secolo cominciarono a configurare la nascita di un nuovo insediamento comunitario destinato ad affermarsi ben presto in tutta la sua realtà marinara e che perciò possiamo considerare come prodromi storici della Città.
Ci riferiamo agli eventi che seguirono nel 1176 la concessione del diritto ad esercitare la pesca nelle acque di 'insula Fimi' (configurante tradizionalmente il canale che separa l'isola dalla costa) accordata dal re normanno Guglielmo II al vescovo di Monreale Teobaldo ed estesa nell'interpretazione del beneficiario anche sul tratto di terraferma antistante. Secondo tale rivendicazione i confini della tonnara di Punta Parato erano da intendersi ampliati fino a comprendere l'estremità sud dell'isola di Fimi, ricadente amministrativamente nel feudo di Capaci e facente parte ecclesiasticamente della Curia arcivescovile di Mazara del Vallo. Fu subito chiaro, perciò, che, seppure approvato dal papa Alessandro III, tale decreto di donazione era destinato a suscitare aspre reazioni in seno alla famiglia dei signori di Capaci i quali, più che considerarla una vera minaccia per la prosecuzione delle proprie attività marinare, la ritennero una palese violazione del diritto di proprietà vantato sulla località in questione, denominata da tempo immemorabile "Tonnara" e fino ad allora amministrata quale parte del proprio feudo.
Com'era prevedibile le pretese dell'Arcivescovado di Monreale aprirono una immediata controversia giuridica che, con alterni risvolti, si trascinò a lungo per diverse generazioni e spesso raggiunse toni così accesi da costringere nel 1370 il re d'Aragona Federico III, detto il Semplice, ad intervenire per ribadire che il decreto reale andava rispettato ed applicato nella sua integrità.
Il richiamo non sancì la fine delle ostilità ma valse ad imporre una certa pace anche se armata poiché, sotto l'apparente ristabilirsi di normali rapporti, il malcontento continuò a covare ancora più intenso fino a sfociare verso la fine del secolo XV nell'energica opposizione del nuovo signore Giliberto Bologna, il quale, divenuto proprietario dell'intero feudo con il suo acquisto, per far valere le proprie ragioni e riappropriarsi della tonnara ricorse a numerosi cavilli giuridici; ma senza successo. E vani risultarono pure i numerosi tentativi di rientrarne in possesso da parte del figlio Francesco I. Fu solo nel 1564 che il secondogenito di questi, Giliberto II Bologna, riuscì nell'impresa.
Il focoso barone fu in grado di tener testa alle reazioni del suo rivale per circa vent'anni fino a quando, cioè, richiamato alla rispettosa osservanza della sentenza reale, fu costretto a cedere ed a lasciare nuovamente la Tonnara; per nulla rassegnato. Anzi, per non rinunciarvi e far sentire maggiormente la sua determinazione, obbligò i tonnaroti, che lavoravano per il vescovo di Monreale ma a lui pagavano l'affitto delle casupole quale proprietario, a versare un canone più elevato. Il vescovo di Monreale, facendosi carico delle rimostranze dei pescatori e per sottrarli al ricatto, chiese ed ottenne dalla Curia di Palermo due salme di terra nel vicino litorale di Sferracavallo ove fece costruire alcune casette che cedette in affitto ai suoi lavoranti.
Per tutta risposta il barone di Capaci, figlio di Giliberto II, Vincenzo Bologna, uomo ricco e potente, strategoto di Messina, che occupava l'ottavo posto nel pubblico parlamento, forte delle sue cariche e consigliato da valenti giuristi, allo scadere dell'enfiteusi offrì al vescovado di Palermo, proprietario della terra di Sferracavallo, più di mille scudi l'anno, una somma talmente elevata da tagliare fuori qualsiasi altro concorrente e costringere il suo avversario altrettanto influente a capitolare.
A sua volta, però, l'Arcivescovo di Monreale Ludovico II Torres, resosi conto di non disporre sulla terraferma di altri magazzini idoneamente attrezzati per continuare ad esercitare il suo vantato diritto sull'area in questione, ottenuta un'autorevole raccomandazione, rivolse un umile appello al Papa Clemente VIII Aldobrandini il quale, nel 1599, tentò di risolvere definitivamente lo spinoso problema con una intelligente sentenza. Con essa, in forza del decreto reale, veniva riconosciuto all'Arcivescovado di Monreale la piena disponibilità patrimoniale dell'estremità sud di "Insula Fimi" mentre, sulla base del diritto giuridico, veniva ingiunto allo stesso di adeguarsi al canone fittuario stabilito da un collegio di esperti.
La decisione era ineccepibile ed il potente barone di Capaci, per amore o per forza, dovette chinare il capo e questa volta, sia pure a malincuore, rassegnarsi per sempre.
E' proprio in seguito a questa sentenza che vennero a costituirsi le borgate di Isola delle Femmine e di Sferracavallo, due nuove realtà marinare che col tempo ed attraverso tanti sacrifici riusciranno a conseguire il diritto di cittadinanza sia pure con destini amministrativi diversi.
Intanto un censimento sullo stato economico della collettività agli inizi del 1576 accertava una popolazione composta da contadini e poveri pescatori "... possidenti di sole tre barche"; dati che si rilevano da un atto notarile rogato "in castro terra Capacis" il 13 aprile dello stesso anno.
Alla morte di Francesco II Bologna, figlio di Vincenzo, non essendovi prole, il feudo non venne ereditato dalla sorella Giulia ma, per difficoltà economiche familiari, posto in vendita al migliore offerente ed assegnato per diritto di prelazione a Vincenzo Pilo e Calvello, marito della stessa Giulia, il quale ne entrò in possesso il 20 ottobre 1618 assieme al marchesato di Marineo.
Il 22 ottobre 1625 Capaci veniva elevata a rango di Contea e circa un anno dopo, il 16 ottobre 1626, Vincenzo Pilo Calvello acquisiva il titolo di Conte di Capaci (il primo).
Seguì un lungo periodo di travagliate inquietudini della vita politica, economica e sociale che, in Sicilia, sotto il mortificante vicereame spagnolo durato fino al 1713, prima, e con la difesa ostinata di diritti particolari e di privilegi consuetudinari da parte della nobiltà, poi, segnarono il lento declino del potere feudale della classe politica aristocratica dirigente interprete solo dei propri interessi ed incapace di comprendere i segni dei nuovi tempi. La gente, infatti, cominciava a prendere coscienza della propria condizione e dei propri bisogni, a scrollarsi di dosso l'assuefazione al giogo feudale con i suoi lunghi secoli di miseria, ingiustizie e vessazioni ed a rendersi finalmente partecipe di una nuova realtà fondata sugli inalienabili diritti fondamentali delle dignità individuali.
La rivolta popolare scoppiata a Palermo nel 1773, che si inserisce nella lotta per le riforme costituzionali, contribuì all'abolizione del feudalesimo con la cessazione dell'obbligo della non alienabilità dei feudi i quali venivano sempre tramandati da padre in figlio, ed anzi accresciuti per ragioni dotali o spartizioni ereditarie, e con l'abolizione poco più tardi (1819) del 'maggiorasco', il privilegio ereditario del figlio primogenito, l'ultimo puntello che aveva favorito il mantenimento dei vacillanti patrimoni nobiliari.
Anche Casa Pilo, perciò, non si sottrasse a questo generale destino di dissolvimento e, di pari passo all'eversione dei feudi, iniziava la frantumazione e la vendita delle sue estese proprietà immobiliari che andavano a profitto dei nascenti Comuni e di una nuova classe dirigente (la borghesia), pronta a succederle.