Tra leggenda e storia
Un inizio difficile
Nel 1799 il conte Ignazio Pilo Giardina, signore di Capaci, in enfiteusi a fronte di un canone simbolico, accordò ai pescatori di Isola la concessione di fabbricare attorno all'edificio della tonnara le loro casette bianche e ordinate e di tracciare cinque strade dritte e parallele lasciando all'estremità di levante e ponente due ampi piazzali per la stesura delle reti. E Piano Levante e Piano Ponente sono ancora oggi i nomi che identificano quelle due aree che da qualche anno, però, in seguito ad una moderna ristrutturazione del settore della pesca, sono state trasformate e destinate ad attività sportive e ricreative od attrezzate a verde pubblico, riservando alle barche lo spazio antistante il molo di ponente.
Non sempre, però, il conte di Capaci si dimostrò prodigo di aiuti od ebbe particolari riguardi nei confronti degli isolani le cui aspirazioni di distacco trovarono sempre una ferma opposizione anche nelle autorità ecclesiastiche.
Costruito il paese, si avvertì prepotente ed indifferibile la necessità di un nuovo centro di culto che, in sostituzione dell'originaria cappella della tonnara non più rispondente alle accresciute esigenze, continuasse a rappresentare il profondo sentimento religioso acquisito nel tempo dalla cattolicissima comunità in costante aumento nonché la memoria storica di sicuro riferimento dei più alti valori sociali tradizionalmente ereditati e divenuti parti integranti della nuova realtà politica. Ma tutte le richieste avanzate in tal senso vennero sistematicamente avversate o dilazionate alimentando così passioni ed esasperazioni che finirono con il creare diverse divisioni e parecchie discordie in seno a gruppi familiari consanguinei od a rompere rapporti di amicizia da tempo consolidati.
Da un atto ufficiale datato 1 giugno 1814, redatto dal Notaro Bologna di Capaci, si apprende: "...i pescatori, non avendo la somma del denaro occorrente, si rivolsero a un prestito che finalmente trovarono da Donna Paola Bellavia, vergine felice della città di Palermo, affezionatissima a Isola, la quale si offrì di prestare le onze 100 con i frutti del 7% col sistema a scalare, pagabili in ragione di 10 onze al mese unitamente ai frutti".
A tale somma bisogna aggiungere la quarta parte del ricavato della pesca che ciascun isolano si impegnò a versare spontaneamente anche per la realizzazione di opere di pubblica utilità. In tal modo fu possibile dare l'appalto per la costruzione della nuova chiesa da edificarsi nel luogo in cui sorgeva la quattrocentesca cappella della Madonna della Tonnara. Con atto redatto presso il medesimo notaio nel giorno stesso della concessione del prestito i lavori vennero affidati a mastro Giacinto La Marca di Palermo per la somma di 120 onze.
Furono dunque l'acquisita consapevolezza della propria forza politica e la fiducia nelle proprie decisioni autonome a dare il primo vero impulso all'avvio decisivo del processo di sviluppo della cittadina.
Rimborsato il prestito e fatto fronte anche alle spese relative all'abbellimento e agli arredi della chiesa, i pescatori continuarono a versare spontaneamente il loro quarto di parte destinandolo alla creazione di nuove infrastrutture. Le esigenze erano davvero tante: l'illuminazione degli 'scari' (insenature rocciose ove le barche venivano tirate a secco) con fanali a petrolio, necessaria per il rientro notturno delle barche, l'orologio pubblico, la costruzione di nuove banchine, la sistemazione del centro abitato, varie opere pubbliche di primaria necessità.
Siamo nel periodo storico in cui si assiste al lento ma inesorabile declino del potere feudale incapace per sua natura di attuare una profonda politica di rinnovo e di trasformazione della vita economica e sociale con l'avvio di coraggiose riforme costituzionali invece di continuare a cullarsi nell'ostinata difesa di privilegi ormai desueti. Con la cessazione dell'obbligo della non alienabilità dei feudi e l'abolizione nel 1819 del 'maggiorasco', insofferenze e disordini cominciano a coinvolgere aree sempre più vaste specialmente nel Capoluogo ove la richiesta di una nuova giustizia libertaria si fa più intransingente.
E' appunto in quest'ottica che vanno inquadrate le agitazioni che, iniziate a Palermo il 14 luglio 1820, si sono estese, nella giornata del 20, anche a Capaci fino ad infiammare gli animi dei suoi cittadini ed a spingere un gruppo di esagitati ad assaltare il Castello e a darlo alle fiamme costringendo la famiglia del Conte Pilo ad abbandonarlo precipitosamente ed a rifugiarsi quella stessa notte nella propria palazzina di Isola delle Femmine fatta costruire qualche anno prima.
Si sa che questo episodio lasciò molto scosso il Conte il quale riteneva di avere amministrato senza eccessi e di meritare piuttosto stima e fiducia. Se da un lato ciò poteva sembrare vero, nel contesto dell'avvilente situazione di allora, dall'altro occorre tener presente che i tempi erano mutati e che la gente cominciava a prendere coscienza della propria condizione e dei propri bisogni, a scrollarsi di dosso l'assuefazione al giogo feudale con i suoi lunghi secoli di miseria, ingiustizie e vessazioni ed a cominciare a rendersi finalmente partecipe di una nuova realtà fondata sugli inalienabili diritti di libertà, uguaglianza e fraternità, diffusi dalla rivoluzione francese del 1789, che fanno parte del codice genetico di ogni uomo e che costituiscono il patrimonio fondamentale sul quale si costruiscono e si evolvono le civiltà dei popoli nel rispetto delle dignità individuali.
Chiuso il lungo e travagliato ciclo storico feudale, dopo il passaggio dalla Contea al Comune il piccolo borgo si andò estendendo sempre più e di pari passo divennero insostenibili i disagi e le condizioni di bisogno della popolazione in costante incremento.
L'acqua scarseggiava e la necessità di una nuova fontana si avvertiva in modo drammatico. Il "doccionato" d'argilla (conduttura di tubi per lo scarico dell'acqua), fatto costruire verso la metà del secolo XVIII dal Conte Girolamo Pilo Denti per portare l'acqua da Capaci alla fontana della tonnara, era divenuto ormai del tutto inadeguato oltre che fatiscente. Con una spesa complessiva di 90 grani, come risulta da mandato emesso il 20 luglio 1821 dal Comune di Capaci, si cercò di risolvere il problema mediante il ripristino del bacino di pietra e la risistemazione dell'area attorno alla fontana con calce e pozzolana ma senza provvedere alla riparazione della condotta. Sicché la scarsa quantità d'acqua che continuò a sgorgare dallo spandente accrebbe le lamentele e le proteste dei pescatori fino al punto che questi, oltre ad un maggiore volume d'acqua, chiesero di poter fruire di una delle tante fontane dislocate nelle piazze di Capaci. (Appare opportuno ricordare che allora le fontane, spesso alimentate a mezzo di canali d'argilla situati a poca profondità ed in alcuni tratti in superficie, costituivano l'unica fonte di approvvigionamento idrico).
La richiesta di distacco venne inoltrata persino all'Intendente della Valle di Palermo con l'assicurazione che gli stessi isolani avrebbero provveduto a proprie spese sia alla sua ricollocazione nella piazza della borgata che al rifacimento del "doccionato". L'intendente riconobbe giusta la pretesa dei pescatori e volle che la messa in opera delle due strutture avvenisse con onere a totale carico del Comune di Capaci proponendo perciò al Real Governo d'inserire d'autorità l'argomento nell'ordine del giorno assieme alla relativa, preventiva spesa di 180 onze. Il decurionato di Capaci protestò ma si dichiarò pronto a contribuire alla spesa solo per 80 onze e 10 tarì. Così il "doccionato" poté essere ripristinato e la fontana installata nella piazza con il beneficio di un notevole incremento del volume d'acqua. (Nei mesi estivi essa sgorgava calda per cui gli abitanti della borgata, prima di berla, la lasciavano raffreddare lentamente in casa, nei sottoscala o nelle alcove, in recipienti di terracotta).
Un'altra conquista ottenuta con perseverante caparbietà: c'era di che esserne fieri e soddisfatti. Ed i pescatori ringraziarono l'Intendente che con il suo sostegno aveva permesso la realizzazione di un'opera di così vitale importanza.
Nel 1831 il borgo, comunemente noto con il nome di Tonnara, pur continuando a dipendere amministrativamente dal Comune di Capaci, acquisì una parziale autonomia divenendone sezione distaccata con l'istituzione di un proprio Ufficio di Stato Civile. A capo di esso fu posto un delegato eletto nella persona di don Erasmo Di Maggio che vi rimase in carica dal 1834 al 1859.
I tempi erano maturi ed i presupposti per la realizzazione di una piena autonomia, un sogno lungo quasi sette secoli, c'erano ormai tutti.