Costume e Società

        Tradizioni, Usi e Costumi: San Giuseppe 

      Il 19 marzo si festeggia San Giuseppe con le tipiche "Vampe" e la sua famosa "tavolata", cioè la spartizione alla folla di panini benedetti e del tipico minestrone a base di verdure, legumi, castagne secche e finocchietti, che porta il nome di "pasta di San Giuseppe" e che viene preparato all'aperto in capaci "quarare". Questa tradizione ha perso molto del sul fascino e del carattere tipicamente popolare di un tempo perchè, anche se gelosamente osservata fra le mura domestiche, pochi sono i coraggiosi, irriducibili devoti che, dopo aver superato innumerevoli ostacoli, riescono a metter su l'imponente "apparato" di "quarare" in rame, minimo due, fatte ristagnare per l'occasione.

       Le sue origini sono ignote ma la sua osservanza viene tramandata ancora oggi con ammirevole tenacia per le obiettive difficoltà di realizzazione quale simbolo dell'indole generosa che ha sempre contraddistinto questa comunità. Pare infatti che essa sia sorta in modo spontaneo per condividere almeno quel giorno l'augurio di prosperità e di abbondanza anche con coloro che versavano nel bisogno e nell'indigenza in tempi, neppure tanto lontani, in cui la miseria e la povertà potevano quasi toccarsi con mani. Non di rado nel secolo scorso la "tavolata" ha dovuto assumere il benefico scopo della solidarietà sociale.

       Il recupero di questa manifestazione, che purtroppo comincia a perdere molto del suo lustro, si rende indispensabile.

        In tempi difficili come i nostri, tuttavia, la sua sopravvivenza può essere assicurata solo attraverso istituzioni particolarmente sensibili o ad opera di talune associazioni meritorie (Pro Loco, ad esempio) od a mezzo di attività promozionali da parte di operatori aziendali locali che meglio si presterebbero per interventi di preservazione e di incentivazione di questo genere.

     Oggi per fortuna la tradizione riveste carattere di festa popolare che coinvolge  piacevolmente tutti. Sotto le "quarare" arde scoppiettante la legna mentre il fumo che si leva avvolge ogni tanto gli astanti  incuranti.  Densi vapori cominciano a sprigionarsi a poco a poco da quei grandi calderoni ed un profumo intenso solletica il palato di chi in paziente attesa pregusta il segreto piacere del ricorso almeno al bis, memore di dover attendere un altro anno per riassaporare quel gustosissimo minestrone. Questo piatto speciale, infatti, richiedendo lunghi tempi di preparazione e sapienti dosaggi, viene proposto solo in questa ricorrenza.

       Fa parte integrante della tradizione, inoltre, l'usanza che in anni relativamente recenti vedeva maschietti e femminucce la mattina presto a piccoli gruppi sciamare allegramente di casa in casa a raccogliere le "offerte di San Giuseppe" consistenti in panini e qualche volta in denaro. Sembrava un gioco innocente, una gara divertente, l'occasione buona, insomma, per realizzare piccoli desideri o far valere magari quel tocco di abilità in più di fronte agli amici per il migliore gruzzoletto raggranellato ma non di rado, per fortuna in tempi ormai lontani, essa rappresentò un aiuto provvidenziale per talune famiglie ed una dura prova d'orgoglio e d'umiltà per tanti ragazzi.

       Pare che tale consuetudine sia da annoverare tra le particolari forme di solidarietà sociale che in un lontano passato veniva praticata a mezzo di offerte spontanee raccolte di casa in casa in favore dei più bisognosi e che, avendo incontrato il favore generale per la sua riservatezza, abbia finito con l'essere adottata in maniera regolare e costante al migliorare della situazione economica della comunità trovando la più degna rievocazione nella ricorrenza della festività di San Giuseppe, padre della prosperità. La formula ha funzionato sempre in modo soddisfacente e non ha mai pesato inopportunamente sulle condizioni di disagio o le avverse fortune altrui divenendo nel tempo una emulazione gioiosa per i più giovani.

       Tipica di questa festività è anche la rinomata "sfinge", un dolce molto soffice preparato secondo un'antica ricetta con farina di grano tenero, strutto e uova e ricoperto di squisita crema di ricotta di pecora.

       La sera al suono di una banda musicale si svolge la processione del Santo con grande partecipazione di fedeli in una atmosfera che conserva ancora oggi aspetti di misticismo e di folklore d'altri tempi.   

       La "vampa" è un’altra particolare consuetudine, dalle origini ancestrali ed oggi quasi del tutto desueta, che ha luogo la sera antecedente il dì di festa. Consiste nella predisposizione di grandi cataste di legna in diverse strade della città per essere accese nell'ora vespertina contemporaneamente a quella principale allestita davanti la Chiesa Madre. Al primo rintocco di campane la gente si dispone divertita attorno ad esse tra il festoso rincorrersi  dei bambini. Una scintilla e la "vampa" a poco a poco diventa consistente mentre lingue di fuoco cominciano ad innalzarsi sempre più alte. Ogni tanto la folla ondeggia spostandosi vociando e ridendo allegramente ma precipitosamente nella direzione opposta a quella ove i capricci del vento piegano le fiamme sollevando nugoli di fumo, ceneri e faville. A volte il vento genera piccoli vortici trasformando quell'ondeggiare incerto in ritirata strategica o in veri e propri fuggi fuggi generale. La scena assume allora la forma divertente di uno spettacolo nello spettacolo. 

       Un tempo non molto lontano la carbonella prodotta da quei falò costituiva un vero sollievo per i più poveri poiché veniva raccolta per essere utilizzata nei bracieri contro il freddo della stagione ancora rigida in questo periodo dell'anno.  

      Occorre precisare che in origine la "vampa" aveva luogo nel piazzale antistante la Chiesa Madre ove veniva raccolta e accatastata la legna offerta dai proprietari terrieri locali o proveniente da ex voto e che il grande falò era preceduto da una breve fiaccolata per alcune vie del paese. La caratteristica del "rito" consisteva nel fatto che le fiaccole venivano preparate con steli di paglia fittamente intrecciati in modo che, una volta accesi, potessero durare il tempo  necessario per compiere il breve itinerario. Alla difficile prova venivano chiamati soprattutto i giovani i quali, agitando gioiosamente quelle fiaccole improvvisate, disposti in due o più file ed a passo sostenuto dovevano percorrere le strade assegnate e tornare quindi al punto di partenza. Quei fortunati, ed erano veramente pochi, che riuscivano ad arrivare con le fiaccole ancora accese, sia pure ridotte a moccoli pendenti, si guadagnavano il privilegio di appiccare il fuoco alla catasta di legna mentre nell'ora vespertina le campane cominciavano a suonare a distesa. Molti ricorderanno ancora oggi, anche per sentito dire, il nome quasi "magico" di quelle fiaccole: "i mazzi 'i busi". Magico perchè "i busi" richiamano alla memoria quei lunghi ferri sottili che abili dita di donna tutt'ora intrecciano per tirar fuori da un semplice filo di lana meravigliosi golfini ed altri soffici indumenti e magico perchè, uniti in mazzi ed accesi, quegli steli spesso sfavillano scoppiettando allegramente spandendo attorno stelline colorate di fiabesca memoria.   

       La "vampa" fa rivivere uno straordinario mondo di serenità e di pace tutto agreste poichè, nel suo significato originario, essa rievoca momenti particolari della vita arcaica dei contadini quando questi, all'arrivo della primavera, nei giorni precedenti la semina, si riunivano in spazi aperti attorno a grandi falò di paglia e di fieno avanzati dalla raccolta dell'anno prima per invocare e auspicare abbondanza di messi anche per il nuovo anno. La ricorrenza della festa precede la primavera di alcuni giorni, (tre, per l'esattezza), e la "vampa" rappresenta il momento commemorativo più alto di quell'antica tradizione che, avendo assunto ai nostri giorni carattere religioso, vuole significare per l'appunto l'auspicio che San Giuseppe, Padre della Provvidenza, apporti prosperità e abbondanza in ogni tempo. 

       E' ritenuta la festa tradizionale più vicina alla gente dopo quella del Patrono.